VILOMAH

foto di Ivana Galli

Nel panorama sociolinguistico occidentale esiste un vuoto semantico che trovo sintomatico di una profonda rimozione collettiva: se la perdita di un coniuge o di un genitore trova cittadinanza nei termini vedovo e orfano, il dizionario si arresta drammaticamente di fronte a una madre che sopravvive al proprio figlio.
In sanscrito, invece, esiste la parola Vilomah, che significa “contro l’ordine naturale delle cose”. La parola deriva dal sánscrito (विलोम), dove loma significa “pelo” o “verso del pelo” (quindi l’ordine naturale, lineare) e il prefisso vi- indica opposizione. Di conseguenza, viloma o vilomah indica letteralmente qualcosa che va “contro pelo”, “al contrario” o “contro l’ordine naturale”.
Questo silenzio della lingua non è una semplice lacuna, ma un antico tabù culturale; nominare questa condizione significherebbe codificare l’inaccettabile, ammettere lo scardinamento dell’ordine del tempo.

La mia opera video-performativa nasce esattamente in questo punto di faglia: laddove la parola abdica, il mio corpo si fa carico di dare forma, peso e visibilità all’indicibile. È un dolore inconcepibile che ho scelto di colmare e materializzare attraverso i sassi: corpi inermi, freddi, ma pesanti come sa esserlo questo lutto. Eppure, compio un gesto che attraversa il tempo: cullo questo peso. Non ci sono più lacrime, ma solo la profonda consapevolezza e l’accettazione di dover abitare quel vuoto per sempre.
Imparando non a eliminarlo, ma a viverlo.

VILOMAH, 2026
2’22”, 4K UHD
di Elisabetta Di Sopra
Performance: Elisabetta Di Sopra